Giuseppe Di Giorgio: radici siciliane, cinema indipendente e lo sguardo umano di “Sotto le stelle di Roma”
Giuseppe Di Giorgio è attore, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, tra le voci più riconoscibili del cinema indipendente italiano contemporaneo. Classe ’79, nato a Cerda (Palermo) e pavese d’adozione, vanta oltre vent’anni di carriera tra cinema, teatro, moda e televisione. Formatosi tra Roma e Milano presso scuole e accademie teatrali, sviluppa fin da subito una forte identità autoriale, affermandosi sia come interprete sia come autore e regista. Il suo cinema si concentra sull’essere umano, sulle scelte morali e sulle loro conseguenze, con uno sguardo diretto e realistico sulle fragilità individuali e sociali. Nel corso della sua carriera firma numerosi film come regista, protagonista e produttore, ottenendo oltre 120 premi nei festival nazionali e internazionali. Alcune sue opere sono state selezionate ai David di Donatello e tutte sono distribuite sulle principali piattaforme, con vendite anche all’estero. Nel 2023, insieme a Elena Rivaldo, fonda Upgrade Film Production S.R.L., società di produzione cinematografica indipendente orientata alla qualità narrativa e alla ricerca artistica. Attualmente è impegnato nello sviluppo di nuovi lungometraggi e di una serie televisiva, proseguendo un percorso coerente tra cinema d’autore, produzione indipendente e visione internazionale. Sicilian Secrets l’ha intervistato.
D: Come è nato il tuo amore per il cinema e quali sono stati i primi passi che ti hanno portato a diventare regista e attore?
R: L’amore per questo settore nasce principalmente grazie ai film di Franco e Ciccio. Ricordo perfettamente quando mio padre, nel lontano 1984, avevo solo cinque anni, mi proiettò all’interno del nostro studio fotografico di Cerda il primo film della coppia Franchi–Ingrassia, dal titolo I due toreri. Da quel momento iniziai ad amare profondamente non solo loro, ma soprattutto il cinema, nonostante la mia tenera età. Per parlare invece di quando ho iniziato a pensare seriamente di fare questo mestiere, dobbiamo spostarci alla fine degli anni ’90. In quel periodo lavoravo nel settore della moda come indossatore e fui scelto dal regista Giorgio Capitani per un piccolo ruolo nella serie RAI Commesse, accanto all’attore Franco Castellano. Da lì in poi il desiderio di recitare crebbe sempre di più. Con grande fatica e numerosi sacrifici sono arrivato fino al 2014, con alle spalle diverse esperienze, ma senza mai aver ottenuto ruoli importanti o da protagonista. Per accedere a determinati spazi, infatti, era spesso necessario frequentare ambienti specifici, conoscere determinate persone e accettare compromessi che non sentivo miei. Per questo motivo, nel 2015, decisi di dirigere il mio primo film, senza grandi pretese e completamente no budget, dal titolo La giusta scelta. Un titolo che rappresentava perfettamente la decisione che avevo preso: intraprendere un percorso pulito, meritocratico e coerente con i miei valori. Oggi, grazie a Dio, alla mia tenacia, agli studi e a una costante perseveranza, ho realizzato sei film e un cortometraggio. Inoltre, ho fondato una società di produzione cinematografica insieme a Elena Rivaldo, la Upgrade Film Prduction S.R.L., con la quale continuo a lavorare e a crescere, guardando insieme verso un futuro migliore.

D: Hai origini siciliane (nato a Cerda) ma sei “pavese d’adozione”: in che modo questi due mondi culturali hanno influenzato la tua visione artistica?
R: Non c’è stato alcun tipo di influenza esterna. Ho vissuto in Sicilia fino ai 15 anni, poi mi sono trasferito a Milano, quindi a Roma, Bologna, Parma, Monza: ho viaggiato molto e questo mi ha permesso di entrare in contatto con realtà, culture e mentalità diverse. Sono una persona che si adatta facilmente a ogni contesto e credo che proprio questa capacità di adattamento sia stata una delle mie più grandi risorse. Sicuramente il Nord Italia mi ha dato la possibilità di esprimere al meglio le mie esigenze personali e professionali, lasciandomi interiormente libero di scegliere, senza costrizioni. Al contrario, durante i miei anni di gioventù, soprattutto nel contesto in cui sono cresciuto, era molto diffusa una mentalità scoraggiante, fatta di frasi come: “Ma dove vai?”, “Chi vuoi che ti consideri?”, “Tu fare l’attore? Ma figurati”. Il sostegno è stato scarso, mentre la demoralizzazione era frequente. Non so se si trattasse di invidia o di semplice paura del cambiamento, ma in pochi hanno davvero creduto in me. Per questo ritengo che la libertà di espressione sia stata la mia più grande fonte di arricchimento personale e di responsabilizzazione. È proprio grazie a quella libertà che ho potuto costruire il mio percorso con consapevolezza, determinazione e rispetto per me stesso.
D: La Sicilia che porti con te, anche quando lavori lontano dall’isola, in che modo continua a influenzare il tuo sguardo, il tuo modo di raccontare i personaggi e le storie?
R: In ogni mio lavoro – sia come regista sia come attore e sceneggiatore – è sempre presente la mia anima siciliana. Credo che chi nasce e cresce nel Sud porti con sé una profondità particolare, fatta di sofferenze, di una mentalità complessa, ma anche di una forte voglia di fare e di costruire qualcosa di più nella propria vita, pur dovendosi confrontare con limiti territoriali che tutti conosciamo. Giuseppe DI Giorgio è presente in ogni personaggio che costruisco, perché sono convinto che ogni interpretazione, per essere autentica e riuscire davvero, debba avere un legame viscerale con se stessi. Solo così un personaggio può diventare vero, credibile, vivo. È una mia sensazione personale, una mia scelta artistica. Agli altri lascio, giustamente, il libero arbitrio.

D: Qual è il ricordo più vivido della tua infanzia legato al mondo della recitazione o del cinema, magari un film o un regista, che ti ha formato?
R: Nuovo Cinema Paradiso mi ha letteralmente conquistato. È stato il primo film capace di farmi emozionare e sognare davvero. Quel bambino che amava rifugiarsi nella cabina di proiezione, che ogni volta doveva infrangere le regole per ritagliarsi piccoli spazi di libertà, che subiva le imposizioni di una madre contraria al cinema, ha rappresentato per me, in modo quasi speculare, il percorso della mia stessa vita. In quella storia ho rivisto me stesso: la fatica, i divieti, il desiderio ostinato di inseguire un sogno nonostante tutto. E il finale del film, quella sequenza profondamente emozionante in cui il protagonista rivede i frammenti di pellicola che il proiezionista gli aveva conservato e che riceve solo dopo la sua morte, mi ha segnato nel cuore e nell’anima. È una scena che racchiude memoria, sacrificio, amore e passaggio di testimone. Ed è probabilmente lì che ho capito, anche se inconsciamente, quanto il cinema potesse diventare parte integrante della mia vita.
D: Sotto le stelle di Roma è tratto da un romanzo di Massimo Benenato: com’è avvenuto l’incontro con il libro e qual è stata la scintilla per decidere di adattarlo per il grande schermo?
R: Da sempre ho avuto il desiderio di conoscere i figli di Franco e Ciccio, soprattutto dopo la scomparsa di Franco Franchi. Seguivo sui social Massimo, figlio di Franco, e nel 2020, in pieno periodo Covid – nonostante fosse estate – tornando dalle ferie e dovendomi fermare un paio di giorni a Roma, decisi di scrivergli per proporgli un incontro. Accettò. Ci incontrammo al bar della stazione di Santa Maria delle Mole, ai piedi dei Castelli Romani. Fu un momento semplice ma profondamente significativo. Massimo mi regalò una foto inedita di suo padre, un gesto che mi colpì molto. Parlando di lavoro artistico, mi raccontò che stava scrivendo un nuovo romanzo e che ne aveva appena pubblicato uno, Sotto le stelle di Roma. Ci salutammo con la promessa di restare in contatto.

D: E poi? Com’è continuato l’incontro tra Giuseppe Di Giorgio e Massimo Benenato?
R: Alla mia successiva discesa a Roma gli chiesi di portarmi il libro, che mi consegnò autografato. In quell’occasione Massimo arrivò con un altro omaggio, al quale sono profondamente legato: una cravatta appartenuta a suo padre, ancora macchiata di sugo. Un oggetto che conservo come una reliquia, per il valore affettivo e simbolico che rappresenta. Guardando la copertina e leggendo il romanzo tutto d’un fiato, maturai la decisione di proporgli la trasposizione cinematografica dell’opera. Il desiderio che mi muoveva era forte e sincero: riportare in vita, seppur attraverso la finzione artistica, la memoria e lo spirito di Franco e Ciccio. In un primo momento avevo pensato di coinvolgere anche Giampiero Ingrassia, figlio di Ciccio, immaginando un progetto che potesse idealmente unire i figli dei due grandi artisti: un film tratto dal romanzo di Massimo, interpretato da Giampiero. Con entusiasmo e amore nacque così l’idea del film, che sono riuscito a portare a termine in meno di due anni. L’unica nota dolente è stata la mancata partecipazione di Giampiero Ingrassia, che, dopo un’attenta valutazione, ha deciso di non accettare un ruolo nel progetto. Una scelta che ho rispettato, pur con dispiacere.
D: Questo è il primo film che porta la firma di Giuseppe Di Giorgio girato fuori da Pavia: che sfida è stata lavorare a Roma in termini di tempi, spazi e produzione rispetto alle esperienze precedenti?
R: In realtà, nel 2021 avevo già girato metà del film Finalmente libera in Abruzzo, ma questo progetto, essendo il mio primo film interamente romano, è stato completamente diverso. Respirare l’atmosfera del cinema a Roma è stata un’esperienza bellissima, intensa, unica. Diversa nella gestione, negli spazi, nei tempi: un altro ritmo, un’altra energia. Muoversi a Roma non è affatto semplice, soprattutto se paragonato ai set che avevo gestito in precedenza tra Milano, Pavia, Alessandria, Lodi e altre città del Nord. Roma è la capitale, ed è soprattutto la capitale del cinema. Ha un fascino e una bellezza che, a mio parere, sono ineguagliabili. Sono profondamente felice di aver realizzato questo film nella Città Eterna e spero davvero di poterne girare altri. Chissà, magari anche molto presto.

D: Nel film affronti temi come famiglia, amicizia, amore e omosessualità: qual è il messaggio che speri rimanga più impresso nello spettatore?
R: In ogni tematica che affronto è presente l’essenza della vita. Non credo in un messaggio unico o imposto: non ho preferenze né filtri. Scrivo, interpreto e dirigo con la convinzione – e la speranza – che tutti i messaggi possano convivere all’interno dei miei film. L’amore è universale e appartiene in egual misura a ciascuno di noi. L’omosessualità è rispetto delle scelte e della vita altrui. La famiglia è sacra, fondamentale, direi imprescindibile. L’amicizia è fondamentale. Insieme, questi elementi compongono la vita: una sola, terrena, vera, diretta, intensa.
D: Sei regista, sceneggiatore, attore e montatore: come riesci a gestire tutte queste responsabilità sul set e cosa ti dà più soddisfazione personalmente?
R: Sono pienamente consapevole che, in molti dei miei progetti, ho dovuto ricoprire più ruoli importanti. Questa scelta, da un lato, mi ha permesso di mantenere un elevato controllo qualitativo sul lavoro; dall’altro, inevitabilmente, ha comportato qualche limite. Non si è mai trattato di egoismo o di protagonismo, ma di una necessità legata al budget disponibile. È vero: ho fatto esperienza in diversi settori della produzione cinematografica e oggi riesco a gestirli con competenza, come dimostrano i risultati ottenuti. Tuttavia, è altrettanto vero che un budget più strutturato consentirebbe di affidare ogni ruolo a professionisti dedicati, migliorando ulteriormente la qualità complessiva del progetto. Questo mi permetterebbe di concentrarmi pienamente su ciò che mi soddisfa di più e per cui sento di avere una naturale predisposizione: la regia e la recitazione.

D: Guardando al futuro, quali progetti o desideri cinematografici hai in serbo dopo Sotto le stelle di Roma? C’è qualcosa di radicalmente diverso che vorresti sperimentare?
R: Attualmente ho diversi progetti in cantiere: due film e una serie televisiva. L’obiettivo è riuscire ad avviare almeno uno di questi già nel corso di quest’anno. Si tratta di tre progetti completamente diversi tra loro, sia per tematiche sia per ambientazione, e proprio questa diversità rappresenta per me una grande fonte di stimolo creativo. Stiamo lavorando intensamente allo sviluppo e auspichiamo di poter avviare i primi casting del nuovo progetto entro la prossima estate. Amo sperimentare tutto ciò che riguarda la comunicazione e l’arte. Il cinema, con la sua forza poetica e narrativa, mi permette di farlo in punta di piedi, senza invadere o calpestare nessuno, ma cercando sempre un dialogo sincero con lo spettatore. Ciò che sento oggi di desiderare davvero, qualcosa di radicalmente diverso rispetto al passato, è poter essere diretto da un regista capace di tirare fuori il meglio di me come attore, e lavorare con una grande produzione che scelga di affidarmi un progetto uscendo dai consueti canoni preferenziali, puntando sulla visione, sul talento e sul rischio creativo.