Racconti di donne ad Acireale: i racconti premiati

Storie di dolore e rinascita, ma anche racconti fantastici in cui l’amore, il coraggio e la solidarietà possono cambiare il corso degli eventi. Sono questi alcuni dei temi al centro del concorso letterario Racconti di donna, organizzato dall’Associazione culturale AciGaia con il patrocinio del Comune di Acireale.
L’iniziativa dedicata ai racconti di donne ad Acireale ha offerto alle partecipanti uno spazio nel quale esprimere emozioni, esperienze e visioni del mondo attraverso la scrittura. Le opere premiate affrontano il tema della rinascita femminile da prospettive differenti, alternando realtà e immaginazione.
Il primo posto è stato assegnato a Maria Concetta Preta con il racconto Legame Perverso. Il secondo posto è stato assegnato ad Anna Maria Costarella con il racconto Pezzettini di carta, mentre Lucia Monaco si è classificata terza con Azzurra e la sfera magica.
Due storie diverse per ambientazione e linguaggio, accomunate dalla presenza di protagoniste chiamate a confrontarsi con il dolore, la perdita e la possibilità di ricominciare.
Maria Concetta Preta, prima classificata
E’ Maria Concetta Preta la vincitrice della prima edizione del concorso letterario “Racconti di donne”
Il nostro blog – sempre attento a tutte le iniziative culturali organizzate nella nostra regione – ha deciso di pubblicare i primi tre elaborati, vincitori del suddetto concorso organizzato dall’Associazione culturale “AciGaia” con il patrocinio del Comune di Acireale.
A seguire, nelle prossime settimane…gli elaborati delle altre due scrittrici salite sul podio. A tutte le partecipanti, un grande plauso per la qualità proposta e l’augurio di future affermazioni!
Legame Perverso
Mi sveglio, il mio orologio interiore ha suonato, o forse tu m’hai chiamato, piccolo abitatore del mio grembo. Era piacevole il sapore del sonno, ora mi piombano in testa come lame mille pensieri e la bocca si riempie di nausea.
Mi tocco la pancia, il rigonfiamento non è un sogno! Mi ricordo alcuni mesi fa, quando mi accorsi che mi vedevo diversa e che la cerniera-lampo dei jeans non si chiudeva più. Non avevo mia madre vicina per condividere quello che era il mio dolce segreto. Qua, tranne Luca, non ho nessuno.
Sono davanti allo specchio, grande e ovale. Guardo il mio corpo … quasi non mi riconosco! Non molto tempo fa era acerbo, virginale, teso come un virgulto. Ora, invece …
La scoperta di diventare madre mi lascia perplessa. L’istintivo moto di gioia è smorzato dal pensiero della mia triste situazione, mentre nasce in me la paura che un figlio aggraverà lo stato del mio matrimonio, se così si può chiamare il ménage che vivo con Luca. Voglio essere ottimista e sperare che, man mano che inizierò a lievitare e che la pancia si gonfierà, la mia mente si alleggerirà e, gettata la zavorra delle cupe idee, prenderò a galleggiare in un cielo finalmente terso. Io e il mio piccino: un cerchio magico in cui si racchiude un’entità perfetta.
Sono incinta!
Finalmente Luca non mi si avvicina più, non mi tocca più, non mi brutalizza più. Vorrei che questa gravidanza durasse per l’intera mia minuscola esistenza.
Ho solo vent’anni, ma è come se due vite si sovrapponessero in me. Penso d’aver vissuto troppo, mi è accaduto di tutto nel giro di cinque anni, c’è da impazzire.
Sono Rosaria, nasco in Calabria, in un paesello sperduto sull’Aspromonte, là dove nessuno vuole metterci piede, dove Garibaldi fu ferito, dove un tempo c’erano i briganti e le streghe, dove ora ci sono le cosche e nascondono i ragazzi rapiti al Nord. Un luogo dimenticato da tutti, pure da Dio.
Ma io ci vivevo felice, ignara e primitiva. In una casetta di mattoni crudi, fango e frasche, senza pavimento, per letto avevo un sacco di paglia, dietro il fico facevo i bisogni, mi lavavo nella fiumara, dove sciacquavo i panni, pascolavo le tre caprette quando mia madre era incinta o accudiva ai miei quattro fratelli, raccoglievo frutti di bosco e intrecciavo ginestre per farne canestrelli da vendere alla fiera del paese.
Ci scendevo ogni domenica, al paese, per la messa, con tutta la famiglia. Lungo la mulattiera, in groppa a un mulo mia madre col neonato, gli altri a piedi, scalzi. Masticavamo polvere lungo quel sentiero, si usciva puliti e si tornava sporchi. Dalle mie parti non ci si lamenta mai, tutto si fa a testa bassa, è una maledizione il destino assegnato. Nessuno può cambiarlo, tutto è segnato.
Essere donna, poi, è una iattura. In una terra bella ma pericolosa, povera e arretrata, dove si parla solo il dialetto e le famiglie hanno cinque o più figli … quale futuro per una donna? Ero una schiava, null’altro, un ostaggio di mio padre, un peso di cui liberarsi al più presto.
A quindici anni un paesano mi aveva messo gli occhi addosso, per maritarmi al figlio. Mi guardava come se fossi una giovenca o una mula, buona per faticare e partorire maschi robusti.L’avevo capito dai discorsi di mio padre con mia madre, di notte, quando credevano che dormissi.
In verità mia madre non voleva che me ne andassi così presto, in fondo le faceva comodo che la aiutassi e forse non si augurava che io facessi la sua stessa vita, ogni due anni la pancia gonfia, la schiena già curva a trenta anni, i capelli imbiancati, le mani avvizzite. Una donna che non sorrideva mai, sempre chiusa nel suo silenzio e nella rassegnazione.
Mio padre,ben contento che qualcuno mi avesse richiesto, aveva un unico cruccio: una dote insufficiente con cui accompagnare la mia sortita e pochi denari per un matrimonio decente, per non perdere la faccia in paese, visto che rimanevo la primogenita. Dalle mie parti è un guaio avere una figlia femmina e prima te la levi di casa, meglio è. Ero solo un peso inutile o un pericolo di cui disfarsi.
Ora ciabatto per casa con l’andatura anserina delle gravide, la creatura in grembo forma con me un insieme inscindibile e impenetrabile, un’entità arcana da cui Luca si tiene lontano. Il corpo della sua ossessione ha perso d’attrattiva e ai suoi occhi ora appaio come un rigido simulacro.Adesso è grande la paura di farmi male col suo amore violento e disperato, col suo corpo pesante come un macigno, col suo odore di maschio bestiale e inconsolabile. Nella sacralità della mia gestazione lui non deve entrare, non profanerà con la violenza il mistero della vita che io mi sforzerò di custodire.Stavolta no! Per la prima volta da quando mi ha portato via da casa mia, comprandomi per due soldi da mio padre nel lurido villaggio dell’Aspromonte, mi sento libera e felice.
Giunse da lontano Luca, il forestiero, dalla capitale.
Era autunno, venne a caccia di cinghiali della mia terra e s’innamorò di una pastorella scalza e infreddolita acquattata tra rovi e felci. Volle salvarmi da quel mondo, portandomi nel suo. Quindici anni avevo allora, e quell’uomo già adulto implorava il mio amore fanciullesco dicendomi quant’ero bella e fragile e che mi avrebbe ricoperto d’oro e seta, che mi avrebbe immortalato come una dea. Ero ingenua, gli prestai fiducia.
Ogni giorno, al fiume, mi ripeteva quant’ero bella, m’ingannava con le sue favole facendo breccia nella mia pura innocenza. Non avevo mai sentito un simile calore prima d’allora. Nessuno mi aveva poggiato la mano sul cuore, sussurrato melodie d’amore, colto un fiore.
Venne a parlare con mio padre, in dialetto (Luca è pure lui un figlio della mia terra), bastò poco per intendersi. In breve, fui venduta a Luca, non so neanche per quante lire. Una trattativa veloce, tra uomini. I silenzi di mia madre rotti dal pianto mi fecero capire cosa stava accadendo. Forse lei non voleva che me ne andassi così lontano. Non ci fu nessun matrimonio, regolammo l’unione al Comune, col consenso dei miei genitori. Non dissi che una parola: “Sì”.
Già durante il viaggio in treno m’innamorai di Luca, era il mio primo uomo e poi io non conoscevo l’amore.
A Roma avvenne la mia iniziazione alla vita di donna.
Non ne ebbi paura, anzi all’inizio provai gioia. Per sbaglio e innocenza, io avevo scoperto qualcuno da amare e che credevo mi amasse. Mi concessi con tutta l’anima e il corpo, Dio sa quanto mi costò. Per due anni un rito e un’arte che travolsero il mondo delle fiabe, il pudore, il candore. Mi accorsi presto che Luca era morboso, che mi circuiva in maniera ossessiva. Anche il suo sguardo cambiò, si fece perverso.
Sentire il suo respiro sul mio grembo divenne riprovevole, lo evitavo in tutti i modi, cercando mille scuse, negandomi quando potevo.Dell’idillio fatto di abbracci impetuosi che schiudevano orizzonti imprevedibili, ormai era rimasto ben poco.
In breve, il rapporto si tinse di una malinconica apatia ed io ne provavo rigetto. Non avevo conosciuto altri uomini prima di lui, ma stentavo a credere che quello fosse l’amore. Gli feci capire che non ero così fragile come credeva, che un’anima ce l’avevo e che sapevo pure ribellarmi. Le vedevo le femministe urlanti nelle piazze, seguivo i programmi in tv, conoscevo il significato della parola “emancipazione”, ora sapevo cosa dire e come dirlo.
Ma le parole non bastavano.Una sera gli chiusi la porta della camera, mi serrai dentro urlando e minacciando. Lui sparì dalla circolazione. La scena si ripeté altre volte, non so quante. Ormai il giocattolo aveva smesso di funzionare, non ero più una bambola di gomma. Non immaginavo cosa mi sarebbe accaduto. In Luca, che mai si sarebbe aspettata una simile trasformazione, subentrò il rancore, l’odio e, purtroppo, la brutalità.
Chi è in fondo Luca? Un bambino che si rifiuta di crescere, un egoista che incarna il finto ruolo di marito e che mi fa la scenataccia – e qualcos’altro – ogni volta che lo inchiodo alle sue responsabilità ricordandogli che non sono la sua serva, anche se ha pagato per avermi. Che non sarò mai la sua schiava, anche se mi ha comprato.
L’ho sopportato i primi tempi questo maschio dispotico che spadroneggiava sul mio corpo, pensavo che quello fosse l’amore. Un prepotente che se ne andava sbattendo l’uscio ogni volta che lo rifiutavo e si consolava nelle braccia di un’altra compiacente alle sue profferte.
L’ho riaccolto nel mio letto perché tornava con lacrime, promesse, lusinghe … bugie. Per un po’ ricominciava a dipingere – la pittura è tutto per lui, quando non va a caccia – mi voleva per ore e ore nuda e ferma a fargli da modella, mi trattava da musa … poi- non so come e perché – riecco la sua ossessione di perdermi, e così mi legava alla sedia, perché non fuggissi.E mi martoriava, in mille modi. Prima con le parole, poi con le botte, come se fossi stata una bambina disubbidiente.
La mia sofferenza divenne la sua gioia.Mi lasciava notti intere al buio, mentre io sognavo i prati infiniti di viole, primule e narcisi in cui correvo libera da bambina, inseguendo le lepri e catturando grilli tra i fili d’erba. Rimpiangevo la libertà, la povertà, la mia terra.Non le ho mai volute le rose rosse che mi portava dopo avermi riempita di calci, non li ho mai desiderati gli abiti che mi comprava – mi agghindava solo e soltanto lui -, come li odio quei vistosi bijoux e quei profumi che mi ha regalato dopo avermi violentato! E tutti quei ritratti sparsi per casa? Me ne ha fatto uno gigantesco, che campeggia sulla parete d’ingresso ad ammonire sul fatto che io sono per lui la regina della casa… e del suo cuore morboso.
Mi ripeteva fino alla nausea che nessuna ha mai retto il confronto con me, che gli sono indispensabile come l’aria pura e che il nome che lui mi ha dato, Priscilla, mi avvicina al coraggio della martire cristiana, mi pervade di un’aura di sacrificio e di pietà. Doveva trovarmelo un nome d’arte, nel presentarmi come la sua modella.
Priscilla sarebbe la persona più importante per Luca, l’unica e sola capace di sconvolgerlo, che profuma di mandorle e gelsomini, di sambuco e aneto, di mirto e mandarino … silvana e bella come la terra dov’è nata, ma anche fiera e irriducibile come quelle madonne che si portano in spalla nelle processioni, inavvicinabili e altere.
Ma io non sono Priscilla, sono Rosaria.
Non piaceva a Luca il mio nome, troppo paesano e meridionale. Doveva cambiarmelo, doveva plasmarmi a suo piacimento il pittore romano che ha per hobby la cacciagione autunnale e che si è invaghito di me in un bosco selvaggio, mentre mi lavavo spaurita a una fonte, spiandomi come se fossi stata una ninfa silvestre colta nella sua epifania terrena in un momento di fragile caducità.
Mi ha ordinato di far morire quella Rosaria e di divenire una bellissima cittadina, abbarbicata alla sua possanza come l’edera al muro, durante le applaudite mostre e i numerosi vernissages che l’hanno consacrato artista emergente del contemporaneo in una Roma che pullula di vitalità, d’idee, d’iniziative in un clima di post-modernità.
Luca è stato per me un Pigmalione, mi ha modellato dal fango. Devo dire che mi ha insegnato tanto, se sono capace di capire e di pensare lo devo a lui. E’ cosìche ho iniziato a non accettare la sua legge. Quando eravamo in pubblico, non dovevo mai aprire bocca. Un simulacro di bellezza, vuoto e inespressivo, cui solo lui poteva dare forma e spirito. Il pittore e la sua modella, sempre muta come un sasso, algida e inanime. Che legame perverso! Ma io mi sono stufata di lui, del suo delirio, delle sue fobie.
Non sarò mai come tu mi vuoi, Luca! Che me ne faccio di un quarantenne che fatica a crescere?Che si comporta da egocentrico dentro e fuori di casa? Che m’implora come il pane fresco e i fiori di campo, dicendomi che gli ricordo gli odori e i colori del suo Sud? Che mi giura che le altre sono solo l’avventura d’una notte? Quando lo metto con le spalle al muro, quest’uomo-bambino ammette l’ultima scappatella fatta per noia o per il desiderio di sentirsi forte e impavido.
D’altronde Luca con le altre ci riesce a sentirsi sicuro come una quercia, solido come gli ulivi saraceni della sua terra d’origine, abbandonata per sfuggire alla miseria dopo la guerra, invece … con me si sente solo un fuscello o una canna sbattuti dal vento.Davanti al mio ventre che sa di ginestra e al seno piccolo e sodo come un caciocavallo … Luca è solo un naufrago che annaspa nella procella e cerca tra i flutti la salvezza di un corpo forte cui avvolgersi per sentirsi padrone del mondo.Perché per lui io sono una roccia cui aggrapparsi in preda ad un panico profondo, irrazionale, da fanciullo. Non sono io alla sua mercé, ma viceversa. Non sono gli schiaffi – prima erano solo innocenti buffetti – a renderlo forte … gli fa paura il mio sguardo carico d’odio con cui lo misuro da una distanza inavvicinabile. Sono io a minacciare, non il contrario.
La bambina non ha mai avuto paura dell’orco cattivo.
E ora questa pancia sempre più prominente ammonisce Luca. Una pancia con cui dimostro la mia onnipotenza, che racchiude un essere astratto, che ha la colpa di allontanarmi da lui. Sarà figlio mio, non suo.La valanga d’idee e progetti che l’aveva travolto fino a sposarmi, è solo polvere. La chimera s’è infranta.
D’altronde io mi sono via via concessa con crescente riluttanza, con gesti severi … ora sono solo sazia dell’amore per il nascituro. Luca per me non esiste più. Il mio corpo ovattato e rotondo, in cui vorrebbe rifugiarsi, avido di una primitiva nostalgia, è diventato insofferente.
Era seducente per lui la mia ritrosia più della compiacenza, eccitante rivestire i panni del cacciatore e ideare assalti e trappole … Priscilla è la piccola preda che gli sfugge di mano e lo obbliga a diventare cattivo e prepotente come un tiranno insaziabile.
Quante volte mi ha spinto – senza capire perché lo facesse – sul letto, inchiodandomi col peso del suo corpo, schiaffeggiandomi, impazzando su di me finché non mi sono arresa e riversandomi nel ventre l’amarezza d’un amore disperato. Un crescendo di brutalità tra singhiozzi soffocati, urli smorzati, carni livide per pizzicotti e pugni, pelle bruciacchiata dalle sigarette, bernoccoli sul capo sbattuto contro la parete, guance arrossate da sberle, braccia punteggiate da morsi, polsi e caviglie tumefatti dai ceppi del cordame.Hai fatto la bambina cattiva? Devi essere punita!
Ma se io sono Priscilla, allora sopporto da vera martire e non m’inginocchio supplice al mio carnefice. Non mi piego al cospetto del mio padrone. Dopo lo squallore mi lavo, mi rivesto e gli sputo in silenzio l’odio che ho in corpo. Luca si eclissa tra i suoi quadri, confinandomi nel mondo delle apparenze. Un paesaggio o una natura morta trasmuteranno dal reale alla rappresentazione su tela, smarrendolo nei meandri dell’alienazione che dà vita a veri capolavori, come se la magia dell’arte possa nascere dal delirio della perversione.
Dalla sua irrazionale violenza che lo spinge sull’orlo del baratro, ora è nato dentro di me un fiore.
Sarà grazie a lui se riuscirò a guarire dal dolore che mi dilata e deforma gli altri sentimenti.
Lo amerò di un amore esagerato la mia creatura, lo alleverò lontano da Luca, tra i miei monti, torrenti e vallate.E’ lì che me ne vado perché la Terra, grande madre, mi rivuole con sé. Quando e se capirà d’essere cresciuto e lenirà la ferita al cuore, Luca tornerà da me e da suo figlio. Solo allora lo perdonerò, fingendo d’aver dimenticato tutto. Solo allora.
La valigia è pronta, la lettera è sul tavolo della cucina. E’ domenica mattina, lui non c’è, è fuori Roma, per un’esposizione. Non ho fretta di fuggire, di lasciarmi un mondo alle spalle, di tornare libera. Il taxi presto arriverà sotto casa, in un attimo sparirò dal quartiere residenziale dei Parioli, dove le belle apparenze nascondono drammi, falsità, ipocrisie. Dove tutti sanno, ma tacciono.
Eppure le mie urla di dolore si sentivano in tutto il palazzo ed anche il rumore dei piatti che volavano via, degli insulti, delle parolacce, dei ceffoni, dei pugni, delle infinite botte … ma nella tromba delle scale gli inquilini, al vedermi il volto tumefatto, si giravano dall’altra parte. Mai una parola di conforto, un segno d’umanità, non dico un aiuto, una telefonata ai carabinieri … niente, qua non si usa, qua vigono le buone maniere e chi rompe l’ordine è fatto fuori subito.
Io per la “gente perbene” non esisto. Non è ammissibile che una giovane moglie – venuta da chissà dove…-si ribelli al marito. In questo condominio l’urlo del mio dolore è stato sentito, ma non ascoltato.
Eppure si parla tanto di violenza sulle donne … !
L’attrice Franca Rame è stata stuprata tempo fa e non ebbe vergogna a denunciare il fatto, ne parlarono tutti i mezzi d’informazione.La scrittrice Dacia Maraini scrive e mette in scena testi sulla violenza alle donne … perché solo in un mondo di carta e per pochi intellettuali si è presa coscienza di un fenomeno così vasto?
Mi chiedo quando e come tutto ciò cambierà e se mio figlio – o mia figlia – respirerà un’aria nuova. Per ora, io sbaracco da qui, torno nel mio piccolo mondo, torno a essere Rosaria, per sempre.
Prima di andarmene, voglio pensare ad altro.Mi sono svuotata, ora nella mia mente c’è posto solo per te, piccino mio. Oscillo tra impotenza e onnipotenza, in me il dolore e la gioia sono parti di una stessa nota stridente. Ma oggi faccio la differenza, ritornando alle mie origini.
Allo specchio mi concedo il primo sorriso d’un nuovo giorno. Il soffio che sento nella pancia sei tu, piccola creatura che urgi dentro di me. Io attendo te, ma anche tu attendi me. T’imporrai per avermi vicina quando avrai fame, sonno, bisogno di coccole … mi aspetti al varco, sei tu il mio signore.Davanti alla finestra, mi ripasso le mie poche certezze: sono donna, sono incinta, ho vent’anni, sono sola in una grande città, ho vissuto un incubo, cambierò vita.
Le mie cellule vibrano e cantano la vita che contengono, è una mattina in cui non amo più il buio e la casa non è più la tana in cui stare nascosta.Fuori c’è lo scirocco, insopportabile e tenace. Un vento che non spazza via, ma che anima il ricordo, assillante nella sua potentissima presenza. E’ un vento del Sud, ricorda la mia gente, la mia terra, mi vuol portare con lui, ammonendomi sul fatto che non posso sfuggire all’essere chi sono, cioè Rosaria.
Annaffio la rosellina selvatica che ho piantato quando sono venuta qua, la saluto.
Lei rimarrà, io no. L’ho accudita con amore, mi ricordava una siepe vicina al mio casolare, era un tocco di colore, qualcosa di veramente mio in questa casa, dove mi sono sentita prigioniera. Ma finalmente ho qualcosa di mio, che mi appartiene totalmente.Ho combattuto tra impotenza e onnipotenza, ho scelto la mia strada. Fuggo per tornare a vivere. A Luca non interesso più, non cercava una donna con cui procreare, ma una femmina.
Lui non ha mai voluto Rosaria, ma Priscilla.
Al mio bambino Al mio uomo
Tu sei più che rugiada del primo mattino, Sono libera dal tuo giogo, o mio tiranno.
Più che scintillio di neve al sole, ero solo un corpo senza un’anima. Più che germoglio sul greto d’un fiume.
Che ne sai dei miei sogni, delle idee,Tu splendida purezza, incontaminata luce delle paure … che ne sai? Nulla.
Lucentezza e iridescenza di una gemma, Non sono stupida e fragile, non ci sto. Chiarore infinito fra le tue mani non mi spezzo, ti mollo.
Mia roccia, mia fortezza. Candida di certo non più, o mio signore.
Una piccola lucerna nel buio, Mi volevi sempre uguale, stupida, inerme. Un trastullo, un incanto Ti lascio le tue abitudini, le mie redini. Una perfetta costruzione cavalla impazzita volo sulla spiaggia, che racchiude solo amore. scivolo dal letto come acqua pura, addio.
“Per non dimenticare il cammino verso la libertà di chi ci ha precedute, per costruire la felicità in un mondo nuovo fatto dalle donne per le donne”.
Anna Maria Costarella, seconda classificata
Con Pezzettini di carta, Anna Maria Costarella racconta il percorso interiore di una donna segnata da una violenza mai confessata.
La scrittura diventa inizialmente un rifugio privato, uno strumento per dare forma a ricordi e angosce che la protagonista non riesce a esprimere ad alta voce. Le pagine vengono però strappate e nascoste dentro una scatola, quasi a voler cancellare ogni traccia del passato.
L’incontro con altre donne e la nascita di una rete di ascolto e solidarietà trasformano progressivamente quel gesto solitario in un’occasione di condivisione. I frammenti di carta diventano così il simbolo di un dolore finalmente liberato.
Pezzettini di carta
Vivo in una mansarda al dodicesimo piano e dalla finestra vedo i tetti della città. La sera posso contare tutte le stelle.
È notte. Nel silenzio aspetto il sonno tra le lenzuola. I muscoli del viso sono irrigiditi per tenere gli occhi chiusi, per non guardare il buio. Il sonno non arriva e i pensieri affollano la mente.
La notte si fa lunga e sono stanca di rigirarmi fino all’alba, così mi alzo a scrivere, a confidare alle pagine bianche il mio disagio esistenziale.
Scrivo storie, racconti brevi su quello che accade nella quotidianità. Scrivo i miei ricordi. Scrivo le angosce e i pensieri che non riesco ad articolare con la voce e che rimangono annidati, silenziosi, dentro di me.
Non scrivo né parlo mai di sesso da quando mi hanno tolto con violenza la mia innocenza.
Il mio corpo è stato offeso e la mia mente ferita. Non ho mai osato parlarne con nessuno. Tanta è la vergogna.
Scrivo e poi strappo le pagine in mille pezzettini per cancellare ogni memoria, come Penelope con la sua tela. I pezzettini di carta li conservo chiusi dentro una scatola.
Pensieri e silenzi si muovono sul pentagramma dei ricordi, terrificanti, lungo gli inestricabili labirinti della mente. Figure lontane e contorte si aggrovigliano e si sciolgono cercando una via d’uscita che non trovano, perché finiscono sempre per sbattere contro un muro.
Da bambina, rapita dalle favole, sognavo il cavaliere armato che avrebbe dovuto fendere con la sua spada ogni male e che mi avrebbe protetta e amata. Ma quella spada è stata sguainata contro di me.
Non è soltanto il dolore a spaventarmi. Mi sento affogare in un mare irruente. La mia vita è cambiata e percepisco intorno a me soltanto tenebre, senza alcuna speranza all’orizzonte.
Quante volte il ricordo dei momenti sereni e pieni di vigore torna ad affacciarsi alla mente. Desideravo cambiare identità e scappare lontano, ma non trovavo il coraggio.
È dura la realtà quando si vive da soli. Coltivo la solitudine dentro la mia delusione.
Ogni volta che si presentava qualcuno rabbrividivo al solo pensiero. Il battito del cuore accelerava, le gambe tremavano a contatto l’una con l’altra e stringevo le braccia al petto nel tentativo disperato di difendere il mio corpo, improvvisamente rattrappito.
Vacillavo e mi sentivo sull’orlo di un baratro. Il mondo mi crollava addosso.
Con il tempo ho cercato di diventare più dura, ma sono diventata un’anima fragile. Mi domando se esista una ragione per vivere o se sia la vita stessa a condannare all’oblio, per cancellare ogni cosa.
Ogni giorno compio gli stessi gesti: cammino, lavoro, leggo e scrivo.
Scrivo articoli e tengo una corrispondenza per un giornale femminile. Mi pagano abbastanza per sopravvivere. Sono articoli letti da donne annoiate o stanche dopo una lunga giornata.
Scrivo testi leggeri. So giocare molto bene con le parole, ma dopo averli letti lasciano quasi il nulla. Trascrivo diete per rendere contente, almeno per qualche giorno, le lettrici più ansiose e cerco, per quanto possibile, di offrire qualche consiglio.
Rispondo sul giornale ai problemi comuni delle donne, per dare loro un conforto momentaneo. A volte, però, tra le righe delle lettere leggo problemi seri ai quali non posso rispondere sulle pagine di una rivista.
Mi firmo Dolores da quando ho avuto “l’inconveniente”, ma il mio vero nome è Elide, da Helios. Mi è stato dato come augurio per una vita solare.
Ogni giorno vedo la città che si sveglia e si addormenta. Vedo la gente che ama la vita ed è felice. Ma non trovo un appiglio che mi prometta salvezza.
Il mio riflesso nello specchio mostra una perdente. Mi sento sconfitta come su un ring, ferma e silenziosa in un angolo del mondo.
Mi domando dove sia finita la mia dignità.
Desidero essere viva, capace di abbattere quel muro che mi tiene bloccata.
Di fronte al passato lascio che il tempo scorra lentamente, nell’attesa che accada qualcosa di straordinario, qualcosa capace di trasformare radicalmente la mia esistenza e di rompere finalmente la monotonia e la vacuità della quotidianità.
Un giorno, mentre rientravo a casa, fui coinvolta in una manifestazione femminile. Donne di tutte le età e di diverse nazionalità, alcune vestite con sari colorati, davano voce ai propri diritti.
Tenevano cartelloni e striscioni con scritte a caratteri cubitali:
“Diritto alle donne”.
“Non calpestate le donne”.
“Rispetto per la dignità umana”.
Alcune tenevano in mano candele accese per ricordare le vittime della violenza.
Quella manifestazione sembrava riflettere il mio stato d’animo. Mi lasciai coinvolgere. Con una candela in mano iniziai a sfilare insieme alle altre.
Ogni tanto gridavano: “Diritti alle donne”.
La mia voce stentava a uscire, ma dentro di me gridavo all’unisono con loro.
Quando arrivammo nella piazza centrale, il corteo si sciolse lasciando il vuoto, il silenzio e l’odore delle candele spente.
Camminando nel dedalo dei vicoli per rincasare mi sentivo sollevata, più forte. Tenevo ancora tra le mani la candela spenta, uno strumento di solidarietà e comprensione umana.
Ma dentro di me continuava a dominare un vuoto. Volevo far sentire la mia voce.
Dopo qualche giorno, in occasione del mio compleanno, ricevetti un biglietto di auguri da mia sorella più piccola. Era un calligramma a forma di spirale, sul quale aveva trascritto alcuni versi:
“Ti auguro tempo. Non ti auguro un dono qualsiasi, ti auguro soltanto quello che i più non hanno. Ti auguro tempo per divertirti e ridere, non solo per te stessa, ma anche per donarlo agli altri. Tempo per stupirti e tempo per fidarti. Ti auguro tempo per toccare le stelle. Ti auguro tempo per sperare e per amare. Ti auguro di avere tempo per la vita”.
Le parole di quella poesia rapirono la mia mente. Le leggevo e rileggevo, riflettendo sul senso della vita.
Alcune frasi continuavano a rimbombarmi nella testa: “Trovare te stessa”, “per sperare e per amare”, “per la vita”.
Aveva forse capito? Sapeva della mia sventura?
Quei versi mi incantarono. Volevo ricominciare a vivere perché avevo perduto la vanità di dipingermi peggiore di quella che ero.
Come quando si mette un piede davanti all’altro e ci si lascia portare, ho cominciato a diradare i ricordi, riempiendoli di immagini reali.
Dalla manifestazione delle donne avevo capito di non essere la sola ad avere subito violenza. Molte nascondono la propria brutale sorte per vergogna.
Pensavo a quale potesse essere la soluzione per ripartire, costruire un domani migliore e trovare un punto d’incontro per un dialogo aperto.
Aprii allora una pagina sul computer e, collegandomi a Facebook, iniziai una corrispondenza con donne che avevano subito violenze e minacce.
La mattina, appena sveglia, controllavo i messaggi. Nei primi giorni erano pochi, ma con il passare del tempo aumentavano e ciascuno raccontava una storia febbrile.
Molte condividevano sul social network articoli e fotografie sulle atrocità subite dalle donne. Per rimanere anonime, tante utilizzavano nomi inventati. Avevano però trovato un modo per parlare, confidarsi e scaricare l’angoscia che le opprimeva.
Avvertivo una sensazione di fiducia sconfinata, uno spazio nuovo da scoprire. Era ieri ed era già quasi domani.
Le proposte erano tante e molte donne, le più fiduciose, desideravano incontrarsi.
Incoraggiata da quella forza solidale, pensai di aprire una piccola associazione.
Una palestra dismessa diventò la nostra prima sede. La ripulimmo e la dipingemmo di rosa pastello. Ci incontravamo ogni giovedì pomeriggio.
Le difficoltà furono tante.
“Rinascere e Ripartire” è il nome che demmo all’associazione.
Qui ci confrontiamo sulle vicissitudini della vita, sui problemi sociali e anche sulle banalità di ogni giorno, perché la felicità non va ricercata in un cielo sempre sereno, ma nelle piccole cose con le quali costruiamo la nostra esistenza.
È notte e dalla finestra vedo le stelle. Sembrano più vicine del solito. Quasi posso toccarle.
Non ho sonno, ma non scrivo più su fogli destinati a essere strappati. Adesso le mie dita scorrono veloci sulla tastiera e attraverso internet parlo con il mondo intero.
Apro la finestra e ricordo la scatola chiusa.
La prendo, la scoperchio come un vaso di Pandora e ne svuoto il contenuto.
I pezzettini di carta strappata volano nell’aria sottostante. Volteggiano come coriandoli. Sono i miei pensieri, frammenti che si dissolvono nell’aria liberandomi dall’angoscia.
La gioia esplode nel mio cuore e mi fa alzare la testa.
Scopro la certezza che, d’ora in avanti, nella mia vita non ci sarà più posto per la solitudine.
Sono rinata. Adesso vedo nuovamente la vita a colori.
Mi chiamo Elide e voglio ricominciare a vivere nel sole.
Anna Maria Costarella
Lucia Monaco, terza classificata
Il terzo posto del concorso letterario ad Acireale è stato assegnato a Lucia Monaco per Azzurra e la sfera magica.
Il racconto conduce il lettore dentro una dimensione fiabesca popolata da principi, castelli, sortilegi e sentimenti contrastanti. Al centro della storia si trova Azzurra, una giovane vedova che ha perso il marito in un incendio e vive insieme alla figlia Margherita.
Il ritrovamento di una sfera dai poteri misteriosi mette la protagonista davanti a una scelta decisiva. Salvare il principe significa rinunciare all’unica possibilità di utilizzare la magia per proteggere se stessa o la figlia. Quel gesto generoso darà però origine a una serie di avvenimenti capaci di trasformare non soltanto la sua vita, ma anche quella dell’intero villaggio.
Azzurra e la sfera magica
La guardava intensamente.
Era sempre stata attratta dalle palle di vetro con la neve. Le trasmettevano serenità e le ricordavano i paesaggi del suo cartone animato preferito.
La fissò tanto a lungo da sentirsi quasi ipnotizzata e, quella sera, dentro quella sfera rivide se stessa.
Il castello era popolato da un’infinità di persone. Stavano per essere celebrate le nozze dell’erede al trono e fervevano i preparativi.
I camerieri erano impegnati a lucidare pile di piatti, le cucine lavoravano a pieno ritmo, i giardinieri si dedicavano alle potature più ricercate, mentre sarte e scudieri correvano da una parte all’altra del palazzo.
Nessuno sembrava capace di rimanere fermo.
A guardare bene, però, qualcuno c’era.
Era lei, nascosta tra le pieghe di una tenda, mentre osservava incantata il panorama verde e azzurro che si apriva davanti ai suoi occhi.
Adesso regnavano la pace e la tranquillità. Persino i ciuffi d’erba bagnati dalla rugiada, illuminati dal sole del mattino, sembravano felici per quello che stava accadendo.
Lei era la sposa.
Il suo nome era Azzurra.
Azzurra non era nobile, almeno non per nascita. In lei risiedevano però la grazia e la bontà d’animo dei più grandi signori. Possedeva inoltre un sorriso capace di incantare persino il nemico più crudele.
Quel posto non era stato originariamente destinato a lei.
Sin dalla più tenera età, infatti, la promessa sposa del principe avrebbe dovuto essere sua cugina paterna, cresciuta ed educata per diventare un giorno regina.
Si sa, tuttavia, che non sempre i conti tornano.
Il principe era un ragazzo dal temperamento focoso e passionale. Non amava le imposizioni, soprattutto quando riguardavano il matrimonio.
Era cresciuto secondo la rigida educazione militare, ma possedeva una sensibilità che soltanto una donna come la defunta regina, sua madre, avrebbe potuto trasmettergli.
Man mano che si avvicinava l’età nella quale, secondo le regole della nobiltà, avrebbe dovuto prendere moglie, il suo atteggiamento diventava sempre più incontrollabile.
Non disprezzava la nobile cugina, ma non la amava. Nei loro sguardi non riconosceva la luce che per anni aveva osservato negli occhi dei suoi genitori.
Era quindi fermamente deciso a non celebrare quelle nozze.
Un giorno dovette partecipare a una spedizione contro alcuni rivoltosi che, nei pressi del lago, minacciavano di assalire il castello qualora il re non si fosse occupato degli abitanti del villaggio, ormai stremati dalla fame e dal freddo.
Fu proprio in questa circostanza che conobbe Azzurra.
La giovane apparteneva a una famiglia del villaggio e viveva insieme alla figlia Margherita.
Possedeva la forza della sua giovane età, ma anche il sorriso spento di chi aveva sperato in un futuro migliore. Soffriva profondamente per la tragedia che aveva colpito la sua famiglia.
Non si trovava tra i manifestanti, perché non riteneva giusto rispondere alle ingiustizie con la violenza.
Quando il principe arrivò sul luogo della rivolta, i manifestanti, numerosi e inferociti, non vollero ascoltare le parole dell’erede al trono e lo assalirono.
Il giovane combatté valorosamente, ma non poté nulla contro quella moltitudine imbestialita. Fu colpito alle spalle e, ormai agonizzante, venne abbandonato ai piedi di un enorme ciliegio.
Azzurra passava proprio da quelle parti.
Vedendo il principe quasi in fin di vita, tentò in ogni modo di soccorrerlo, ma non possedeva la forza necessaria per portarlo via.
Disperata, corse in cerca di aiuto.
Durante quella corsa accadde qualcosa di inimmaginabile.
La catenina con la sfera che portava al collo sin dalla morte del marito improvvisamente si illuminò e cominciò a parlarle.
Le raccontò un’antica storia e le rivelò di possedere poteri magici capaci di esaudire qualsiasi desiderio, ma soltanto una volta.
La sfera era stata donata al marito perché era un uomo giusto e buono. Adesso spettava ad Azzurra decidere cosa farne.
La ragazza fu combattuta.
Si stava avverando quanto il marito le aveva rivelato in punto di morte. Tuttavia, non poteva permettere che il principe morisse.
Chiese quindi alla sfera di salvarlo.
Dopo aver assistito al miracolo, fuggì verso la sua umile dimora, sconvolta e spaventata anche dall’opportunità che aveva appena perduto.
Aveva tradito la promessa fatta al suo amato Giacomo. Aveva utilizzato il potere della sfera per salvare un estraneo.
Ma non avrebbe mai potuto continuare a vivere sapendo di avere lasciato morire un uomo.
Il suo cuore era chiuso da molto tempo. La sua vita aveva ormai senso soltanto grazie alla piccola Margherita.
Dopo la morte del marito, Azzurra aveva perduto ogni slancio vitale e qualsiasi speranza. La tragedia che aveva colpito la famiglia le aveva spezzato il cuore e non passava giorno senza che rimpiangesse la propria esistenza prima dell’incendio.
Azzurra e Giacomo si erano fidanzati all’età di sedici anni.
Tutti nel villaggio adoravano quei ragazzi, belli, generosi e pieni di gioia di vivere.
Azzurra era intelligente e amava leggere e dipingere. Sapeva cavalcare e le sue mani erano capaci di trasformare le stoffe in abiti meravigliosi.
Qualche anno dopo i due giovani coronarono il proprio sogno. Si sposarono e andarono ad abitare in una piccola ma dignitosa casa vicino al lago.
Giacomo manteneva la famiglia vendendo stoffe, mentre Azzurra lavorava come sarta.
La loro vita si colorò delle tonalità più belle dell’arcobaleno con la nascita della dolcissima Margherita.
Le giornate al villaggio trascorrevano in maniera semplice e serena. Margherita diventava ogni giorno più grande e i due sposi progettavano già di darle un fratellino.
Purtroppo, un terribile incendio scoppiò nella foresta.
Giacomo, nel tentativo di salvare il padre rimasto intrappolato tra i rami di un ciliegio secolare, perse la vita.
Prima di morire consegnò ad Azzurra una collana con un ciondolo di forma sferica. Le confessò che possedeva poteri magici e le fece promettere che li avrebbe utilizzati soltanto per salvare se stessa o la loro bambina da un grave pericolo.
Intanto il principe fece ritorno al palazzo sano e salvo, ma non ricordava nulla di quanto gli era accaduto.
Giurò di vendicarsi dei rivoltosi e organizzò una nuova spedizione.
Per la violenza che si consumò durante la battaglia, Azzurra si pentì di averlo salvato.
Corse sul luogo dello scontro, pronta a raccontargli tutto quello che era avvenuto, ma qualcuno la afferrò alle spalle.
Il principe, accecato dalla ferocia, stava per ucciderla.
Proprio quando tutto sembrava perduto, Azzurra si voltò e la sfera tornò a brillare.
Gli occhi della fanciulla fecero riaffiorare nella mente del principe il ricordo di quanto era accaduto alcune settimane prima.
Il giovane rimase folgorato dalla bellezza e dalla grazia di Azzurra. Fu ancora più sconvolto quando comprese di essere vivo grazie a quella donna.
Decise che avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere per ringraziarla e offrirle una vita migliore.
Le si avvicinò, ma Azzurra, sdegnata dalla violenza alla quale aveva assistito, lo congedò rapidamente.
Gli disse di accettare la sua gratitudine, ma aggiunse che chiunque avrebbe cercato di salvarlo e che lei e la figlia possedevano già quanto era necessario per vivere.
Il principe rimase deluso dall’atteggiamento diffidente e, a tratti, altero della donna. Decise quindi di tornare al castello.
Il suo pensiero, tuttavia, continuava a rivolgersi alla giovane.
Gli tornavano in mente i suoi tristi occhi verdi, la miseria del villaggio e le difficili condizioni dei suoi abitanti.
Tutto ciò non gli dava pace.
Tornò nuovamente da Azzurra e il comportamento sfuggente della donna la rendeva ancora più desiderabile ai suoi occhi.
Capiva che non sarebbe stato facile conquistare la sua fiducia e il suo rispetto. Si tormentava cercando un modo per aiutarla.
Intanto le nozze si avvicinavano e la futura moglie reclamava le attenzioni del principe, che sembrava però avere tutt’altro per la testa.
La promessa sposa decise allora di farlo seguire e scoprì dove si recava ogni mattina in gran segreto.
All’alba Azzurra andava sulla tomba del marito. Lì, dove nessuno poteva vederla, si abbandonava a un pianto liberatorio e trovava consolazione per la solitudine del proprio cuore.
Il principe la osservava da lontano, in silenzio, provando un sentimento inspiegabile per quella donna distrutta dal dolore.
Desiderava riempire la solitudine e la tristezza del suo cuore.
Capì che si stava innamorando di lei.
Un giorno il principe volle incontrare gli abitanti del villaggio. Desiderava diventare un regnante migliore e rendere felici i propri sudditi.
Voleva trovare insieme a loro una soluzione per rendere nuovamente prospera la comunità. Sapeva che, in questo modo, avrebbe ottenuto anche il rispetto di Azzurra, dimostrandosi giusto e sensibile alle esigenze del suo popolo.
Erano ormai lontani i giorni nei quali l’erede al trono si dedicava soltanto allo sfarzo e alle guerre.
Alla riunione partecipò anche Azzurra.
La donna suggerì di riattivare il borgo nel quale, un tempo, si trovavano le macchine per filare.
Gli abitanti avrebbero potuto tornare a lavorare, mentre lei e le altre donne avrebbero confezionato abiti esclusivi destinati ai nobili di tutta la regione.
Il principe accolse favorevolmente l’idea e, già dal giorno successivo, ordinò quanto era necessario per rimettere in funzione le macchine tessili.
Le visite al villaggio divennero quotidiane, perché il principe desiderava supervisionare personalmente l’andamento dei lavori.
In breve tempo il borgo fu bonificato. Vennero chiamati artigiani capaci di riparare i macchinari e grandi quantità di lana e seta arrivarono da ogni parte del mondo.
Tutto intorno era in fermento.
Il progetto offrì al principe e ad Azzurra l’opportunità di conoscersi meglio e di trascorrere molto tempo insieme.
Quando la promessa sposa comprese quanto poco interesse il principe provasse ormai per lei e intuì ciò che sarebbe potuto accadere, decise di mettere in atto un piano crudele.
Con l’aiuto del suo servo più fidato avrebbe rapito Margherita, la figlia di quella che lei chiamava con disprezzo “la popolana”.
Avrebbe liberato la bambina soltanto a condizione che Azzurra e la figlia lasciassero per sempre il villaggio.
Pochi giorni dopo il piano venne messo in atto.
Margherita fu rapita mentre dormiva.
Quando Azzurra, di ritorno dalla consueta visita alla tomba del marito, non la trovò nel suo lettino, il suo cuore fu squarciato dal dolore per la seconda volta.
Trovò un biglietto contenente le istruzioni che avrebbe dovuto seguire.
Non avrebbe dovuto parlare con nessuno, altrimenti non avrebbe mai più rivisto la bambina.
Con il cuore a pezzi e un sorriso forzato sulle labbra, uscì di casa, consapevole che forse non vi avrebbe mai fatto ritorno.
Raggiunse il più velocemente possibile il luogo dell’appuntamento.
Ad attenderla trovò la promessa sposa del principe, che le intimò di lasciare il villaggio per sempre.
L’incontro si svolgeva fuori dalle mura del regno, su un’altura isolata dove nessuno avrebbe potuto scorgerle.
Quando Azzurra vide la figlia legata, bendata e imbavagliata, ebbe l’istinto di correre a liberarla. Un uomo alle sue spalle, però, la bloccò e le ordinò di non muoversi.
Azzurra domandò alla donna il motivo di tanta cattiveria.
La cugina del principe rispose che quello era ciò che meritava chi desiderava gli uomini delle altre.
Azzurra si mostrò sorpresa davanti a una simile affermazione, ma la sua incredulità venne interpretata come un’ingiuria.
Accecata dalla rabbia, la donna minacciò di uccidere la bambina con una pistola.
Azzurra ricordò le parole del marito:
“Utilizza la sfera per salvare te stessa o la nostra bambina da un grave pericolo. Ricordati, però, che potrai utilizzarla soltanto una volta”.
Avrebbe desiderato con tutta se stessa che la sfera si illuminasse ancora per salvare Margherita.
Ma ciò non accadde.
Il ciondolo rimase immobile e spento sul suo petto.
Disperata, implorò la donna di liberare la bambina. Sarebbe scomparsa, avrebbe fatto qualsiasi cosa, purché Margherita fosse lasciata andare.
La promessa sposa, però, era ormai dominata dall’odio e dalla gelosia.
Stava per compiere un gesto irreparabile quando la sua mano venne bloccata con forza da quella del principe.
Il giovane aveva notato il comportamento insolito della cugina e aveva costretto il servo a confessare.
Aveva cavalcato senza sosta per riuscire ad arrivare in tempo.
Quando raggiunse il luogo dell’incontro comprese che avrebbe fatto qualsiasi cosa per Azzurra e per la sua bambina, perché le amava entrambe.
La cugina, mortificata dalle proprie azioni, lasciò rapidamente il castello.
Il principe fece riaccompagnare Azzurra e la figlia al villaggio.
Nel calore della loro casa, la donna pianse a lungo e strinse Margherita con tutta la forza che possedeva.
Era profondamente addolorata per avere messo in pericolo la vita della figlia e pensava seriamente di lasciare il villaggio per cominciare una nuova esistenza lontano da un luogo che, negli ultimi anni, le aveva procurato tanto dolore.
Mentre era immersa in questi pensieri, qualcuno bussò alla porta.
Una carrozza era venuta a prendere Azzurra e Margherita per ordine del principe.
La donna non sapeva cosa fare, ma davanti alla felicità della figlia, entusiasta di essere stata invitata al castello, non riuscì a dire di no.
Ad attenderle c’era il principe, raggiante nella sua divisa più bella.
Aveva tra le mani un enorme mazzo di fiori, che consegnò ad Azzurra prima di inginocchiarsi e chiederle di sposarlo.
Subito dopo invitò lei e Margherita a trasferirsi al castello.
Il cuore di Azzurra era più confuso che mai.
La sfera era stata utilizzata per salvare un uomo che, a sua volta, aveva salvato la vita della sua bambina.
Tra i rami di quel ciliegio, per ben due volte, la sua esistenza era stata stravolta.
Forse da lassù il suo Giacomo la invitava a riaprire il cuore.
Forse era arrivato il momento di ricominciare.
«Sì, mio principe», riuscì a bisbigliare con un filo di voce.
Quando la notizia si diffuse nel villaggio, molti interpretarono la decisione della giovane come un tradimento.
Al suo ritorno a casa, Azzurra ricevette una visita.
Il più anziano del villaggio le consegnò un messaggio a nome dell’intera comunità:
«Cara Azzurra, l’affetto che proviamo per te è immenso e ti siamo grati per quanto hai fatto per il nostro villaggio, nonostante tutto ciò che ti è accaduto.
Ci è giunta voce che sposerai il principe. La notizia ci ha colti tutti di sorpresa.
Immaginiamo che, da questo momento, non sarai più l’Azzurra che abbiamo conosciuto. Non starai più dalla nostra parte e ci tratterai come semplici popolani.
Questo accadrà anche se cercherai in ogni modo di evitarlo, perché sarà la tua nuova vita a importelo.
Nonostante ciò, auguriamo a te e alla piccola Margherita ogni bene».
L’anziano si congedò.
Azzurra rimase impietrita, incapace di pronunciare qualsiasi parola che potesse far cambiare idea all’uomo e agli abitanti del villaggio.
Trascorse la notte insonne, cercando una soluzione per non perdere la fiducia dei suoi amici.
Improvvisamente la sfera ricominciò a brillare.
Non accadeva da molto tempo.
Il ciondolo stava restituendo alla ragazza il potere magico che custodiva.
«Ecco», pensò Azzurra, «finalmente possiedo ciò di cui ho bisogno per riconquistare la fiducia della mia gente».
La mattina seguente radunò tutti gli abitanti del villaggio e, davanti a un principe incredulo, raccontò la storia della sfera magica.
Tutti ascoltarono a bocca aperta.
Rimasero ancora più sorpresi quando Azzurra consegnò la sfera all’anziano del villaggio, come segno del profondo affetto che provava per la propria comunità.
Gli abitanti avrebbero potuto utilizzarla qualora fossero stati minacciati dal futuro re o dalla futura regina.
Di fronte a un simile gesto di generosità, la folla acclamò Azzurra e benedisse gli sposi.
Poco tempo dopo, tra le acclamazioni del popolo, Azzurra e il principe furono incoronati regina e re, mentre Margherita diventò principessa.
L’emozione di quel giorno è quella descritta all’inizio di questa storia.
E vissero tutti felici e contenti.
Lucia Monaco
Due storie di rinascita e solidarietà femminile
Sebbene caratterizzate da linguaggi e ambientazioni profondamente differenti, le due opere premiate dal concorso letterario Racconti di donna ad Acireale presentano alcuni significativi punti di contatto.
Elide, protagonista di Pezzettini di carta, deve trovare il coraggio di liberarsi dal silenzio e trasformare la propria sofferenza in uno strumento di aiuto per altre donne.
Azzurra, invece, attraversa il dolore della perdita e rinuncia al potere della sfera per salvare un’altra persona. La sua generosità diventa il primo passo di un percorso che cambierà il destino della figlia e dell’intero villaggio.
Entrambe le protagoniste scoprono che ricominciare non significa cancellare ciò che è accaduto. Significa trovare una nuova forza nelle relazioni, nella solidarietà e nella possibilità di condividere il proprio cammino con gli altri.
Il concorso letterario Racconti di donne ad Acireale diventa così un’occasione per valorizzare la scrittura femminile e per portare all’attenzione del pubblico storie nelle quali la fragilità non è una debolezza, ma il punto di partenza di una possibile rinascita.